GENESI · CAPITOLO 2 · VERSETTO 1

Genesi 2,1 – Commentario esegetico

Testo della traduzione biblica italiana

2,1 E così furono completati i cieli, la terra e tutti i loro eserciti.

Traduzione © Daniele Salamone · Apri nel lettore biblico interattivo

Contesto del passo

Commento esegetico a Genesi 2,1

La frase che apre il secondo capitolo appartiene ancora alla grande unità della creazione. La divisione in capitoli, introdotta molti secoli dopo la composizione del testo, separa visivamente ciò che il narratore aveva disposto come un movimento continuo: dopo la valutazione «molto buono», i cieli e la terra vengono dichiarati compiuti, e soltanto a questo punto il racconto può soffermarsi sul settimo periodo. Il verbo וַיְכֻלּוּ (wayəḵullû), dalla radice כלה (k-l-h), descrive il raggiungimento di un termine, non l'esaurirsi della capacità creatrice di Dio. Il completamento riguarda l'opera nella sua configurazione, ossia un mondo nel quale ambienti, tempi e viventi hanno ricevuto distinzione e funzione. La formula הַשָּׁמַיִם וְהָאָרֶץ (haššāmayim wəhāʾāreṣ), «i cieli e la terra», riprende intenzionalmente l'apertura della Torah (Gen. 1,1): la totalità annunciata all'inizio è ora contemplata nella sua articolazione. Fra questi due estremi non si trova la descrizione di ogni possibile oggetto dell'universo, ma una sequenza letteraria che rende intelligibile l'ordine del mondo secondo categorie familiari all'orizzonte antico. L'espressione «compiuti» non equivale quindi all'affermazione che la storia abbia raggiunto il proprio termine o che non possa più accadere nulla di nuovo; significa che l'opera creatrice, quale è stata narrata, non resta sospesa in uno stato di indefinitezza. Il rapporto fra la bontà pronunciata alla fine del sesto periodo e la compiutezza dichiarata adesso è stretto, ma i due termini non sono sinonimi: il primo valuta, il secondo conclude.

L'ultima clausola introduce וְכָל־צְבָאָם (wəḵol-ṣəḇāʾām), «e tutti i loro eserciti». Il sostantivo צָבָא (ṣāḇāʾ) può designare una schiera, un servizio organizzato, un insieme ordinato e, in contesti appropriati, un esercito. Il suo impiego non obbliga a immaginare una battaglia celeste precedente alla creazione, né riduce tutte le creature a soldati. Il possessivo plurale rimanda ai cieli e alla terra: è la totalità dei loro abitanti e componenti, raccolta sotto l'immagine di una moltitudine disposta secondo un ordine. Altrove la «schiera del cielo» designa i corpi celesti, con il rischio che gli astri, anziché essere riconosciuti come creature, divengano oggetto di culto (Dt. 4,19; 2 Re. 17,16; Ger. 8,2). In altri passi lo stesso linguaggio si presta a evocare un'assemblea di servitori celesti (1 Re. 22,19; Sal. 103,20-21). Il significato concreto dipende sempre dal contesto: trasferire indistintamente nel nostro versetto il lessico degli angeli, degli astri o della guerra sacra significherebbe sciogliere in anticipo una polisemia che il narratore adopera per rappresentare la pienezza dell'insieme. Il testo insiste piuttosto sul fatto che nessuna delle realtà comprese nell'orizzonte della creazione si presenta come principio rivale del Creatore. Proprio perché fanno parte dei «loro eserciti», gli astri non sono sovrani del cielo, così come il vivente terrestre non è signore assoluto del suolo che abita. L'immagine della schiera conserva contemporaneamente pluralità e dipendenza: distingue le creature, senza assegnare loro un'origine diversa da quella del cosmo di cui sono parte. La disponibilità di una parola così ampia non è casuale nel punto in cui viene collocata. Nel linguaggio delle genealogie e delle liste amministrative, un insieme viene spesso riconosciuto attraverso la distribuzione dei suoi membri o delle sue categorie; qui, invece, il sostantivo raccoglie sotto un'unica espressione le creature già distinte dalla sequenza dei giorni. L'accento cade dunque sulla loro appartenenza all'ordine creato, non su un catalogo delle funzioni militari. La storia dell'interpretazione ha conosciuto la tentazione di attribuire alle «schiere» un significato unicamente angelico, per poi cercare in questo versetto il momento cronologico della creazione degli angeli. L'espressione, tuttavia, non permette un simile calcolo: l'eventuale riferimento al mondo celeste non fornisce da sé una cronologia degli esseri spirituali. Quando il salmista chiama gli eserciti dei cieli a lodare il Creatore, il linguaggio celebra la dipendenza delle schiere dalla parola divina, non una loro autonomia causale (Sal. 33,6; 148,2-5). È questa funzione di subordinazione, più che una determinazione esaustiva dei loro componenti, a risultare pertinente per l'interpretazione della clausola.

La sobrietà della chiusura è teologicamente significativa. Nei racconti di fondazione del Vicino Oriente antico la formazione di un ordine stabile può accompagnarsi all'affermazione della regalità di una divinità, all'assegnazione di territori cosmici o alla preparazione di una dimora divina. È legittimo confrontare tali motivi con la trama biblica, purché il confronto non diventi una prova automatica di dipendenza da un determinato testo mesopotamico. Qui non si racconta l'ascesa di un dio dopo la sconfitta di competitori, né si presenta l'universo come un aggregato di poteri indipendenti: il mondo è completato perché l'azione del Creatore gli ha conferito struttura. La stessa prospettiva illumina la posizione dell'umanità. La persona umana, collocata al termine della sequenza delle opere, è chiamata a esercitare una responsabilità reale, ma non può trattare il mondo come un'opera propria o come una riserva priva di destinazione. La storia che seguirà, e in particolare l'episodio del frutteto, verificherà proprio la capacità del terrestre di abitare un ordine ricevuto senza trasformare il mandato in appropriazione. Questa conseguenza emerge dalla collocazione del versetto nella composizione della Genesi, non dal presunto significato segreto del termine «eserciti».

Bibliografia

  • Salamone Daniele, Torah Study Bible. Bereshit: Genesi nel suo contesto storico e culturale, Torah Project Italia, s.l. 2022, p. 8.
  • Salamone Daniele, Commento alla Genesi con traduzione interlineare, vol. I (Genesi 1–17), La Nuova Apologetica, s.l. 2018, pp. 39–40.
  • Salamone Daniele, Genesi. Nuovissimo Commento alla Torah, Yeshivat HaDerek, s.l. 2025, pp. 26–27.
  • Sarna Nahum M., The JPS Torah Commentary: Genesis, Jewish Publication Society, Philadelphia 1989, pp. 14–15.

Consulta il capitolo completo per leggere il versetto nel suo contesto letterario: Genesi 2.