Commento esegetico a Genesi 2,5
Commentario di Daniele Salamone · Redazione esegetica 2026
La nuova scena si apre descrivendo una condizione di attesa attraverso ciò che ancora manca. Le due negazioni introdotte da טֶרֶם (ṭerem), «non ancora», riguardano lo שִׂיחַ הַשָּׂדֶה (śîaḥ haśśāḏeh), l'arbusto della campagna, e lo עֵשֶׂב הַשָּׂדֶה (ʿēśeḇ haśśāḏeh), la vegetazione del campo. Il primo sostantivo appartiene al linguaggio della vegetazione arbustiva, che può comparire anche in contesti di steppa e di deserto; il secondo possiede un'estensione più ampia ed è già impiegato nella narrazione della creazione. Il complemento «della campagna» orienta però entrambe le designazioni verso un paesaggio concreto, nel quale la crescita dipende da condizioni ambientali e da attività umane. Interpretare il versetto come la dichiarazione dell'assenza assoluta di ogni pianta sulla superficie planetaria significherebbe trasferire al testo una questione che esso non sta formulando. La descrizione prepara la storia di un terreno che dev'essere irrigato e lavorato, non un inventario della vegetazione primordiale. Per questo il lettore non è costretto a scegliere tra la presenza delle piante nel primo racconto e la loro assenza in questo come se entrambi fossero resoconti botanici organizzati secondo la stessa domanda. La prima narrazione dispone il mondo per ambienti e forme di vita; la seconda presenta le condizioni di un'esistenza agricola che sta per essere inaugurata. La distinzione risolve parte della tensione compositiva, senza imporre che i due racconti fossero originariamente concepiti come un'unica cronologia scientifica. L'uso di ṭerem merita una precisazione perché la categoria di «prima» può trarre in inganno il lettore moderno. La frase non esige di immaginare che tutti i fenomeni del primo capitolo siano temporaneamente cancellati; l'antecedenza riguarda le condizioni descritte per lo scenario narrativo che sta per essere introdotto. La relazione fra «arbusto del campo» e «vegetazione del campo» ha prodotto anche interpretazioni secondo le quali il primo termine designerebbe piante spontanee della steppa e il secondo colture dipendenti dall'intervento umano. È una distinzione che trova appoggi nell'uso dei termini e nell'accostamento dei due motivi dell'assenza, ma non va irrigidita in una classificazione esaustiva: la lingua non fornisce una lista botanica e le parole possono sovrapporsi in parte. Il loro peso esegetico consiste nel richiamare un ambiente in cui siccità e lavoro agricolo sono esperienze decisive.
I motivi espressi dal periodo sono due e non devono essere fusi: יְהוָה אֱלֹהִים לֹא הִמְטִיר (YHWH ʾĕlōhîm lōʾ himṭîr), «YHWH Dio non aveva fatto piovere», e וְאָדָם אַיִן לַעֲבֹד אֶת־הָאֲדָמָה (wəʾāḏām ʾayin laʿăḇōḏ ʾeṯ-hāʾăḏāmâ), «non vi era un essere umano che lavorasse il suolo». Il primo verbo, hifil della radice מטר (m-ṭ-r), attribuisce a Dio l'azione di mandare la pioggia; il secondo, infinito costrutto di עבד (ʿ-b-d), associa il terrestre all'attività di coltivare o lavorare. Il rapporto fra אָדָם (ʾāḏām) e אֲדָמָה (ʾăḏāmâ) non funziona come una prova etimologica costruita secondo le regole della linguistica moderna, ma come una vicinanza sonora che il racconto sfrutta intenzionalmente: l'essere umano è legato alla terra per origine e destinazione. In un contesto levantino, nel quale le piogge stagionali determinavano largamente la sorte dei raccolti, il riferimento all'acqua poteva essere ascoltato come una condizione immediatamente concreta; nel paesaggio mesopotamico, la disponibilità di canali e acque distribuite offriva un altro modello per immaginare la fertilità. Nessuno di questi ambienti basta, da solo, a localizzare geograficamente il frutteto. La frase afferma invece che il suolo non è autosufficiente e che l'essere umano non è un creatore indipendente: l'acqua e il lavoro appartengono a una relazione nella quale il dono e la responsabilità non si escludono. Il successivo racconto della fatica agricola dopo la trasgressione farà risuonare le stesse parole sotto il segno della sofferenza (Gen. 3,17-19), ma sarebbe errato dedurre da quel seguito che coltivare fosse fin dall'inizio una punizione.
La costruzione con ṭerem e i verbi yiqtol descrive uno stato anteriore al successivo intervento narrativo. Non autorizza a tradurre automaticamente le forme ebraiche come futuri, perché il valore temporale dipende dalla frase nel suo insieme. L'interesse dell'autore non è collocare un istante preciso su una scala geologica, ma costruire la possibilità della vita nel luogo in cui Dio farà dimorare l'uomo. Ne consegue anche una distinzione antropologica: il rapporto umano con il suolo precede l'invenzione di una tecnica particolare, di un regime di proprietà o di un'istituzione agraria. Nel racconto la vocazione a lavorare la terra non nasce da un ordine economico già organizzato; emerge dalla condizione stessa dell'essere tratto dal suolo e chiamato a prendersene cura. Tale prospettiva rende intelligibile la presenza delle due assenze, pioggia e coltivatore, senza attribuire al testo una teoria delle origini della meteorologia o dell'agricoltura.
Bibliografia