GENESI · CAPITOLO 2 · VERSETTO 9

Genesi 2,9 – Commentario esegetico

Testo della traduzione biblica italiana

2,9 Poi YHWH Dio fece germogliare dal suolo, in abbondanza, ogni albero piacevole da vedere e buono da mangiare, tra cui l’Albero dei Viventi e l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male, posti al centro del frutteto.

Traduzione © Daniele Salamone · Apri nel lettore biblico interattivo

Contesto del passo

Commento esegetico a Genesi 2,9

La prima parte del versetto amplia la descrizione del frutteto facendo emergere dal suolo «ogni albero piacevole da vedere e buono da mangiare». Il verbo וַיַּצְמַח (wayyaṣmaḥ), «fece germogliare», richiama la radice צמח (ṣ-m-ḥ), già evocata quando la vegetazione del campo non era ancora spuntata. Ora il suolo produce, ma l'azione decisiva è attribuita a YHWH Dio. Le due qualificazioni, נֶחְמָד לְמַרְאֶה (neḥmāḏ ləmarʾeh), «desiderabile all'aspetto», e טוֹב לְמַאֲכָל (ṭôḇ ləmaʾăḵāl), «buono per nutrirsi», mostrano che la bontà del dono non è soltanto utilitaria. Il mondo vegetale è presentato come insieme di bellezza e sostentamento, e il desiderio suscitato dal suo aspetto non viene ancora considerato un male. Questo dettaglio sarà ripreso con intenzione nella vicenda della trasgressione, quando un albero verrà percepito come buono da mangiare e desiderabile agli occhi (Gen. 3,6). Il parallelismo non significa che ogni piacere estetico conduca al peccato, ma pone la questione di come il giudizio umano debba rapportarsi a un bene che può essere desiderato senza essere sempre disponibile. In questa fase del racconto non compare ancora un'opposizione fra la materia vegetale e lo spirito: gli alberi sorgono per iniziativa divina e appartengono a un ambiente che precede la violazione del comando.

La menzione dell'עֵץ הַחַיִּים (ʿēṣ haḥayyîm), «Albero dei Viventi» o «della Vita», introduce un elemento che non può essere spiegato soltanto mediante la produttività alimentare del frutteto. Il testo lo nomina senza descriverne la specie, la forma o il funzionamento, e proprio per questo la sua interpretazione dev'essere governata dallo sviluppo narrativo. L'albero riceverà un'importanza decisiva quando, dopo la trasgressione, Dio impedirà all'essere umano di prenderne, mangiare e vivere per sempre (Gen. 3,22-24). Non è dunque la semplice presenza del termine «vita» a provare un'immortalità biologica innata dell'uomo; è la scena successiva a collegare la continuità indefinita dell'esistenza all'accesso a un dono collocato nel giardino. La differenza non è marginale. Se si postulasse fin dall'inizio un corpo umano incapace di morire per costituzione propria, la funzione dell'albero rimarrebbe difficilmente spiegabile. Più prudente è riconoscere che il racconto lascia aperta la condizione dell'uomo prima della trasgressione e presenta la vita permanente come una possibilità connessa a una fonte che non deriva dall'autonomia umana. La letteratura sapienziale svilupperà il simbolo dell'albero della vita per parlare della sapienza, del desiderio compiuto o del frutto della giustizia (Prov. 3,18; 11,30; 13,12), mentre l'Apocalisse lo riprenderà nell'immagine della Gerusalemme rinnovata (Ap. 22,1-2.14). Si tratta di una storia della ricezione straordinariamente fertile, ma quelle applicazioni non risolvono automaticamente la natura concreta dell'albero menzionato nella Genesi.

Il secondo albero è denominato עֵץ הַדַּעַת טוֹב וָרָע (ʿēṣ haddaʿaṯ ṭôḇ wārāʿ), «Albero della Conoscenza del Bene e del Male». Il sostantivo דַּעַת (daʿaṯ) appartiene alla radice ידע (y-d-ʿ), che comprende conoscere, riconoscere, sperimentare e distinguere; la sua estensione non si riduce all'acquisizione di informazioni. La coppia «bene e male» può funzionare come un merismo, cioè una designazione ampia mediante due estremi opposti, ma i suoi impieghi biblici mostrano anche un rapporto con la capacità di giudicare, con la maturità e con il discernimento morale. Di fanciulli ancora incapaci di distinguere il bene dal male si parla in relazione all'età e alla responsabilità (Dt. 1,39; Is. 7,15-16), mentre Salomone chiede la capacità di discernere fra bene e male nell'esercizio del giudizio regale (1 Re. 3,9). Nessuno di questi paralleli basta, isolatamente, a identificare l'albero con un sapere astratto, con la sessualità o con la semplice crescita intellettuale. È la narrazione seguente a dare contorno alla questione: il serpente prometterà una conoscenza paragonabile a quella divina, e la voce di Dio riconoscerà che l'essere umano è divenuto «come uno di noi» rispetto alla conoscenza del bene e del male (Gen. 3,5.22). La controversia esegetica riguarda dunque il tipo di prerogativa che viene rivendicata e la maniera in cui tale conoscenza viene acquisita. Una lettura che insista sull'autonomia morale dell'uomo è plausibile come interpretazione teologica della vicenda, ma va distinta dall'affermazione che l'ebraico contenga letteralmente la formula «decidere da sé ciò che è bene e ciò che è male». La questione risulta ancor più complessa se si osserva che la conoscenza del bene e del male non è condannata indistintamente nelle Scritture. Nell'episodio della donna di Tekoa si attribuisce al re la capacità di distinguere bene e male con una sapienza paragonata a quella di un angelo di Dio (2 Sam. 14,17); in altri contesti il discernimento dei piccoli è valutato come una maturità ancora da acquisire. Non sarebbe coerente ricavare dal titolo dell'albero un divieto universale di conoscere o di giudicare moralmente, dal momento che il medesimo mondo biblico elogia il discernimento. Il problema posto dal racconto riguarda il rapporto fra quella conoscenza, la parola divina e la posizione creaturale dell'uomo. La designazione può alludere a una competenza ampia, ma il suo valore concreto non può essere fissato prescindendo dall'atto proibito che il narratore descriverà. La prova del testo sta proprio nel lasciare in tensione il carattere desiderabile della sapienza e il limite imposto al modo di appropriarsene.

L'albero della conoscenza non viene introdotto come un vegetale intrinsecamente malvagio. Appartiene, come l'altro, a ciò che Dio ha fatto germogliare; la sua funzione problematica emergerà dal comando successivo, non da una sostanza cattiva insita nel frutto. Il testo tace sulla specie botanica, e le proposte sviluppate nel midrash — fra cui vite, fico o grano in diverse interpretazioni — documentano la curiosità e la creatività esegetica dei maestri, non una tradizione unitaria capace di identificare con certezza una pianta. Anche il confronto con le narrazioni mesopotamiche può illuminare le domande sottese al racconto senza consegnarne una soluzione già pronta. Gilgamesh incontra il problema della vita che sfugge e perde una pianta associata al rinnovamento; Adapa appartiene a una trama nella quale sapienza, limite umano e cibo della vita si incontrano. In Genesi, però, la dinamica decisiva non è la ricerca eroica di un oggetto remoto: gli alberi sono collocati in un luogo donato, a portata della vita quotidiana, e la crisi nascerà dal rapporto fra desiderio, parola divina e decisione. L'espressione «in mezzo al frutteto» ne sottolinea la centralità narrativa più che una posizione geometrica misurabile. Il motivo della vita e quello della conoscenza non vengono fusi: il racconto avvicina due possibilità diverse, ed è proprio la loro relazione a diventare tragica quando l'umanità perde l'accesso alla prima in seguito all'appropriazione della seconda.

Bibliografia

  • Salamone Daniele, Torah Study Bible. Bereshit: Genesi nel suo contesto storico e culturale, Torah Project Italia, s.l. 2022, p. 8.
  • Salamone Daniele, Commento alla Genesi con traduzione interlineare, vol. I (Genesi 1–17), La Nuova Apologetica, s.l. 2018, pp. 45–48.
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