Commento esegetico a Genesi 3,12
Commentario di Daniele Salamone · Redazione esegetica 2026
L’uomo ammette l’azione con la formula conclusiva וָאֹכֵל (wāʾōḵēl), «e ne ho mangiato», ma la confessione arriva soltanto dopo una frase che mette in primo piano la donna. La struttura הָאִשָּׁה אֲשֶׁר נָתַתָּה עִמָּדִי (hāʾiššâ ʾăšer nāṯattâ ʿimmāḏî), «la donna che hai messo con me», identifica insieme la compagna e il donatore della relazione. L’enunciato non è necessariamente una negazione formale di responsabilità: il gesto viene riconosciuto e la provenienza materiale del frutto è narrativamente vera. Ciò che cambia è il modo in cui gli elementi vengono ordinati. L’uomo, al quale era stata chiesta ragione del proprio comportamento, comincia precisando la mediazione della donna e la sua origine divina; solo alla fine dichiara la propria partecipazione. Nel racconto della formazione della coppia, la compagna era stata accolta con un’esclamazione di riconoscimento e di parentela; ora viene nominata nel contesto di una difesa davanti al Creatore (Gen. 2,23). La contrapposizione non annulla l’unione proclamata in precedenza, ma rivela la difficoltà di sostenerne la solidarietà quando la responsabilità diventa onerosa.
La presenza del riferimento a Dio, «che mi hai dato», è stata spesso interpretata come un’accusa implicita al Creatore. La lettura coglie una possibilità retorica: il dono ricevuto diventa parte dell’argomento che sposta all’esterno la spiegazione dell’atto. Occorre tuttavia rispettare la misura della frase, che non contiene una proposizione esplicita come «sei stato tu a causare la mia disobbedienza». L’uomo non è descritto mentre viene costretto a mangiare, e la donna non viene presentata come l’unica titolare della scelta. Il narratore aveva registrato il gesto di entrambi senza attribuire alla seconda una capacità irresistibile sul primo. L’effetto del discorso è dunque di mostrare una responsabilità ammessa ma non ancora assunta in tutta la sua portata. In questo modo la relazione orizzontale fra i due e quella verticale con Dio risultano entrambe coinvolte nella crisi, non perché il vincolo coniugale fosse malvagio, ma perché viene trasformato in un possibile mezzo di autodifesa.
Bibliografia