Commento esegetico a Genesi 7,21
Commentario di Daniele Salamone · Redazione esegetica 2026
La narrazione sposta improvvisamente l’attenzione dalla quantità delle acque alla sorte dei viventi. Il verbo וַיִּגְוַע (wayyiḡwaʿ), dalla radice גָּוַע (gāwaʿ, «spirare, esalare l’ultimo respiro»), appartiene al vocabolario della fine della vita che ricorre anche nei racconti patriarcali (Gen. 25,8.17; 35,29). La scelta produce un contrasto drammatico: ciò che riferito all’acqua «prevale» e «aumenta», riferito alle creature cessa di respirare. Le categorie elencate — volatili, bestiame, animali viventi, esseri brulicanti e infine esseri umani — richiamano il mondo rappresentato come molteplice e abitabile nelle pagine della creazione. Ma qui il catalogo non è più orientato alla generazione: ne registra la perdita. L’umanità, collocata in coda, non figura come spettatrice separata dagli altri viventi; partecipa alla fragilità di «ogni carne» sotto il giudizio.
Il sostantivo בָּשָׂר (bāśār, «carne») abbraccia in questo contesto l’uomo e gli animali. Il suo valore non coincide con una condanna della dimensione corporea come intrinsecamente malvagia. In Genesi, il corpo e il respiro fanno parte dell’opera creata; la mortalità descritta nel Diluvio non nasce da una qualità moralmente negativa della materia. Né il testo attribuisce a ciascun uccello o quadrupede il medesimo grado di responsabilità etica della società umana denunciata per la propria violenza. Nel prologo del giudizio la terra è stata descritta come piena di חָמָס (ḥāmās, «violenza, torto»), categoria che appartiene primariamente alla condotta dei soggetti capaci di opprimere e sopraffare (Gen. 6,11–13). L’elenco del v. 21 si concentra invece su chi subisce le conseguenze del cataclisma, senza trasformare ogni essere coinvolto in un imputato. La distinzione è teologicamente impegnativa: l’estensione del danno non coincide sempre con l’estensione della colpa individuale.
Il racconto custodisce così una tensione morale che un commentario non dovrebbe liquidare in poche formule. La vita animale è realmente oggetto della preservazione divina, come dimostra la preparazione delle coppie; eppure la stessa vita animale partecipa alla distruzione di un mondo degradato dalla violenza umana. Non basta dichiarare che Dio può fare ciò che vuole delle proprie creature per aver spiegato narrativamente il perché esse siano coinvolte in una tragedia determinata dall’ingiustizia. La Torah non sviluppa una teodicea sistematica degli animali, ma presenta una creazione interdipendente, nella quale il comportamento degli uomini altera le condizioni di esistenza di altri viventi. I profeti conosceranno analoghe immagini di un paese che soffre a causa dell’infedeltà dei suoi abitanti (Os. 4,1–3), e Paolo parlerà della creazione sottoposta alla caducità in attesa della liberazione (Rom. 8,19–22). Si tratta di accostamenti teologici pertinenti, non di descrizioni retroattive delle modalità biologiche del Diluvio.
L’omissione dei pesci e delle creature marine va letta secondo l’ambito dell’elenco: esso presenta animali del suolo, dell’aria e l’umanità. Non autorizza a dedurre che tutte le forme di vita acquatiche sarebbero state indenni da ogni modificazione del loro ambiente, come non fornisce dati sulla salinità o sulla composizione delle acque. L’attenzione del narratore riguarda gli esseri che vivevano nello spazio asciutto divenuto inabitabile. La perdita è presentata senza attenuazioni consolatorie, e proprio tale severità prepara la forza della frase successiva nella quale comparirà il gruppo rimasto in vita. Senza prendere sul serio il numero e la gravità delle vite perdute, la salvezza di Noè rischierebbe di ridursi a un episodio d’avventura anziché essere compresa sullo sfondo del giudizio che il racconto intende descrivere.
Bibliografia