Commento esegetico a Genesi 7,23
Commentario di Daniele Salamone · Redazione esegetica 2026
La formula conclusiva dell’annientamento riprende il verbo annunciato nella sentenza: וַיִּמַח (wayyimaḥ), dalla radice מָחָה (māḥâ, «cancellare, togliere dalla superficie»). Il capitolo aveva fatto ascoltare «cancellerò ogni esistenza»; ora il linguaggio del giudizio è trasferito dal futuro al compimento (Gen. 7,4). Si tratta di una ripresa letteraria deliberata, non di una nuova catastrofe aggiunta alla morte dei viventi. Mentre i due versetti precedenti insistevano sulla cessazione del respiro, qui il narratore considera l’effetto sulla superficie del mondo abitato: sono scomparsi coloro che vi avevano una presenza, un’attività, una storia. L’espressione «dalla superficie della landa» richiama il legame originario fra אָדָם (ʾāḏām, «essere umano») e אֲדָמָה (ʾăḏāmâ, «suolo»). Il luogo dal quale l’uomo era stato plasmato e sul quale gli era stata assegnata una responsabilità è ora descritto come spogliato della vita che lo popolava (Gen. 2,7.15; 3,17–19). Il giudizio non è riducibile a una successione di singoli decessi; investe il mondo delle relazioni e delle attività umane, la sua memoria collettiva e l’insieme dei viventi che ne condividevano l’ambiente.
La proposizione decisiva comincia con una restrizione: וַיִּשָּׁאֶר אַךְ־נֹחַ וַאֲשֶׁר אִתּוֹ בַּתֵּבָה (wayyiššāʾer ʾaḵ-nōaḥ waʾăšer ʾittô battēḇâ), «rimase soltanto Noè e quanto era con lui nella scatola». La particella אַךְ (ʾaḵ, «soltanto») è il punto in cui l’universalità della cancellazione incontra la limitazione esplicita dei superstiti. Il verbo שָׁאַר (šāʾar, «rimanere») appartiene alla famiglia lessicale dalla quale prenderanno forma importanti riflessioni bibliche sul «resto» sopravvissuto dopo giudizi e deportazioni (Is. 10,20–22). Non è necessario supporre che la dottrina profetica del resto sia già elaborata in questo versetto; l’affinità consiste nel modo in cui la storia di una collettività viene rappresentata attraverso la sopravvivenza di una minoranza. L’identità di tale gruppo, nella narrazione, è stata però definita: Noè, la sua famiglia e gli animali destinati alla preservazione. Non vi è motivo testuale per introdurre altri superstiti umani senza che il racconto li nomini.
La tradizione giudaica posteriore immaginerà talvolta ulteriori figure sopravvissute, fra le quali il gigante Og, associato in alcune rielaborazioni midrashiche al mondo antidiluviano. Questi racconti hanno un valore per la storia dell’immaginazione interpretativa, non modificano l’elenco biblico degli otto esseri umani. Allo stesso modo, le tradizioni enochiche relative ai Vigilanti e ai giganti, pur decisive per comprendere il giudaismo del Secondo Tempio, devono essere considerate come sviluppi narrativi che non fanno parte dell’elenco degli scampati fornito da Genesi. La riflessione apostolica in 1 Pietro esplicita il numero otto (1 Pt. 3,20), confermando la delimitazione della scena. L’interesse del testo non è salvare la fama di qualche eroe del mondo antico, ma conservare un nucleo di vita dal quale possa riprendere una vicenda umana ancora aperta.
Rimane il problema etico che il racconto non risolve mediante una formula: la causa dichiarata del giudizio è la violenza umana, mentre gli effetti raggiungono anche gli animali e, nell’orizzonte della descrizione, la comunità dei viventi terrestri. La sola menzione di Noè non elimina la gravità di ciò che è scomparso. Il lettore deve poter tenere insieme due affermazioni: il giudizio è presentato come risposta a una corruzione che rende il mondo invivibile, e la distruzione produce una perdita la cui estensione supera la responsabilità moralmente attribuibile a ciascuna creatura coinvolta. L’opera di Dio viene narrata come giudizio e preservazione insieme; ridurla a una celebrazione indistinta della catastrofe impoverirebbe la tensione che il testo stesso costruisce. La sopravvivenza del piccolo resto non nega l’ampiezza della morte, ma mostra che il progetto della vita non è cancellato con il mondo giudicato. Su questo duplice registro si innesterà anche la riflessione apostolica sull’acqua, sul battesimo e sulla risurrezione (1 Pt. 3,20–21), nella quale l’evento antico riceve un significato cristologico senza perdere il proprio carattere tragico.
Bibliografia