Commento esegetico a Genesi 3,21
Commentario di Daniele Salamone · Redazione esegetica 2026
L’azione successiva sposta nuovamente l’iniziativa su YHWH Dio, che «fece» e «vestì» l’uomo e la donna. L’espressione כָּתְנוֹת עוֹר (kāṯənōṯ ʿôr), «tuniche di pelle», usa il plurale di כֻּתֹּנֶת (kuttōneṯ), indumento capace di coprire il corpo più estesamente di una semplice cintura. Il rapporto con le foglie di fico cucite dalla coppia è diretto: in entrambi i casi il rivestimento risponde alla consapevolezza della nudità, ma nel nuovo versetto l’azione viene compiuta dal Creatore. Il contrasto non deve essere ridotto alla tesi secondo cui qualunque iniziativa umana sarebbe falsa e qualunque intervento divino annullerebbe ogni bisogno di responsabilità personale. Il narratore aveva descritto le cinture come un rimedio improvvisato in risposta all’esposizione; ora presenta un indumento che appare più stabile e che accompagna la coppia verso la vita fuori dall’Eden. Il testo non afferma che la loro vergogna scompaia né che la relazione infranta sia già restaurata. Mostra una cura concreta che non revoca il giudizio, ma consente agli esseri umani di affrontarne le condizioni senza essere abbandonati alla sola iniziativa con cui avevano tentato di proteggersi. La funzione della veste è quindi anzitutto narrativa e materiale: rivestire persone che stanno per essere allontanate da un ambiente fino ad allora predisposto per loro.
La parola עוֹר (ʿôr), «pelle», si distingue da אוֹר (ʾôr), «luce», nonostante la vicinanza sonora. La celebre interpretazione delle «vesti di luce», attestata nella ricezione midrashica, sfrutta appunto l’alternanza delle consonanti ע (ʿayin) e א (ʾalef) per suggerire una dignità luminosa o una condizione trasformata. Il valore di tale lettura è simbolico e teologico, non testuale: il consonantismo masoretico del versetto designa la pelle. Anche la provenienza concreta del materiale rimane taciuta. È comprensibile ipotizzare un rapporto con la morte di animali, ma la Genesi non racconta qui l’uccisione di una vittima, non parla di un altare, non nomina lo spargimento di sangue e non adotta il lessico cultuale dell’espiazione. Presentare questo episodio come il primo sacrificio espiatorio istituito da Dio significherebbe aggiungere una scena alla narrazione. Lo stesso vale per l’idea che l’uomo e la donna siano stati originariamente privi di pelle corporea e ne abbiano ricevuta una soltanto dopo la trasgressione: è una proposta interpretativa elaborata in alcune tradizioni, non il contenuto espresso dal sintagma ebraico. La disciplina esegetica richiede di riconoscere la legittimità di una riflessione omiletica senza trasformarla in un dato filologico.
Nel lessico narrativo della Torah e dei libri storici, la veste può distinguere un ruolo sociale, segnalare un passaggio di condizione o essere sottratta come forma di umiliazione; basti pensare alla tunica di Giuseppe, impiegata come segno riconoscibile della sua posizione nella famiglia (Gen. 37,3.23). Non bisogna dedurre che le tuniche preparate da Dio in Eden fossero identiche per foggia o funzione a quelle di epoche successive. Il confronto fa però emergere un valore antropologico dell’abbigliamento che va oltre la semplice protezione dal freddo: un indumento può rendere nuovamente praticabile la presenza davanti ad altri, custodendo l’esposizione del corpo e contribuendo alla dignità della persona. Nel racconto edenico la relazione con la vergogna è esplicita, mentre la scelta materiale della pelle lascia aperti problemi che il narratore non intende risolvere. La lettura rabbinica che riconosce nel rivestimento un dono di onore o protezione trova così un punto di contatto con la funzione letteraria della scena, pur senza poter essere elevata all’unico significato obbligato del versetto. L’atto divino ha un proprio valore positivo anche prima che una riflessione teologica successiva lo colleghi alla restaurazione completa della condizione umana.
L’atto di rivestire possiede tuttavia una forza teologica che non necessita di un rituale non narrato per diventare significativa. Il Creatore, dopo aver interrogato e giudicato, continua ad agire a favore delle sue creature. L’uomo e la donna non vengono restituiti alla condizione precedente né ricevono il permesso di consumare l’Albero della Vita; ricevono invece quanto occorre per affrontare una condizione mutata. Nell’ambito più ampio delle Scritture la veste potrà diventare immagine di salvezza, dignità, giustizia o nuovo stato davanti a Dio; tali metafore possono essere accostate alla scena edenica sul piano canonico, non dedotte come se tutti i loro sviluppi fossero già racchiusi nella parola ʿôr (Is. 61,10; Gal. 3,27). Il versetto permette una osservazione più sobria e, proprio per questo, incisiva: l’esecuzione del giudizio non coincide con la cessazione della cura divina. Un gesto non richiesto introduce protezione materiale nel momento in cui la fragilità della coppia è diventata manifesta.
Bibliografia